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Tra cinque giorni si svolgerà a Diamante (CS), la deliziosa cittadina della Riviera dei Cedri, la XI edizione del Mediterraneo Festival Corto. Un concorso internazionale per cortometraggi che nel 2016 ha ottenuto il prestigioso riconoscimento UNESCO.

Negli ultimi due anni, come tutte le manifestazioni, la rassegna ha subito la difficile condizione di organizzare al meglio l’evento a causa del perdurare della pandemia. I due organizzatori, il Direttore Artistico Francesco Presta e il Direttore Tecnico Ferdinando Romito, insieme al Presidente del Cinecircolo Maurizio Grande, Ciro Astorino, hanno però dimostrato, con il loro immenso amore per il cinema, che neanche la pandemia può frenare l’entusiasmo che c’è intorno a questa rassegna che ormai si può annoverare tra i più importanti appuntamenti nazionali del settore.

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Tra i thriller usciti nell’ultimo anno, non possiamo non consigliarvi, Fino all’ultimo indizio (The little things), uscito nel maggio 2021, diretto da John Lee Hancock e interpretato da Denzel Washington, Rami Malek e Jared Leto, il quale si è aggiudicato la candidatura ai Golden Globe 2021, come miglior attore non protagonista.

Fino all’ultimo indizio, è un thriller fatto prevalentemente di ambientazioni notturne, Diner con luci al neon, cabine telefoniche che squillano misteriosamente, viaggi in macchina, visioni e sensi di colpa. Quest’opera cinematografica, arriva con circa 30 anni di ritardo; la sceneggiatura di Hancock, infatti, risale al 1993 e venne proposta a  Spielberg, Beatty, De Vito ed Eastwood. Tuttavia il progetto non venne portato a termine, fino ad oggi.  La pellicola ci porta nell’ottobre del 1990, a Los Angeles, e si presenta subito come un noir da manuale e con due citazioni cinematografiche.

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In tutta la storia del cinema molteplici sono stati progetti innovativi e di sfida. Tra questi vi è Boyhood di Richard Linklater.

Il film è uscito nel 2014, aggiudicandosi il premio come miglior film drammatico al Golden Globe e miglior regia al Festival di Berlino. Inoltre, ha ottenuto ben 6 candidature ai Premi Oscar 2015, di cui una vinta da Patricia Arquette quale Miglior Attrice non protagonista. L’idea nacque molto prima, nel 2002, e la genialità del regista è stato girare e continuare la lavorazione con lo stesso cast ogni anno, mostrando il reale cambiamento e la crescita degli attori nell’arco di 12 anni, in contemporanei ai personaggi. Di fatto il film doveva inizialmente chiamarsi The Twelve Year Project.

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Cosa ne sappiamo del cinema orientale? Pensando ad esso ci vengono in mente le pellicole di Bruce Lee, Jackie Chan, Lara Croft o addirittura Kung Fu Panda grazie ai propri pargoli?

La settima arte ad Est del globo é riducibile ad una certa immagine che ci é stata proposta dall’altra parte dell’Oceano Atlanco? In caso affermativo, non potrebbe essere una riproduzione analoga a quella di una certa cinematografia che ci ha dipinto con pizza e mandolino e gli uomini italiani come latin lover alla Mastroianni? Per coloro che vogliono scoprire altri orizzonti oltre quelli classici hollywoodiani ed immergersi in diverse sensibilità, in altri ed articolati percorsi di altissima qualità, si suggerisce un itinerario che si pone come prisma cinematografico con un fitto calendario.

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Promosso come "il film più sexy mai realizzato", Eyes Wide Shut ci ha messo vent'anni per smarcarsi dall'immagine glaciale di un fallimento creativo. Anche a distanza di due decenni, Eyes Wide Shut resta uno dei film d'autore più audaci che siano mai stati realizzati.

Basti pensare alla sinossi se si cerca il titolo su Google: “Una coppia dalla vita idilliaca esplora la propria relazione in un mondo sotterraneo di lussuria e fantasie peccaminose”. Sembra la trama di un film a luci rosse, e di bassa lega, per giunta. Già mito prima ancora di uscire nelle sale, il canto del cigno di Stanley Kubrick è un coacervo di realtà e fantasia teso e ipnotico, inseparabile dalla storia matrimoniale di Tom Cruise e Nicole Kidman. Che dopo meno di due anni divorziarono.

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Dopo 57 anni dal suo adattamento cinematografico più noto, il romanzo di Moravia, Gli Indifferenti (1929), ritorna sul grande schermo. 

Il primo adattamento di cui parliamo è quello di Francesco Maselli, del 1964.  Della ricchezza tematica  e  contenutistica del romanzo, il regista  toscano si servì, pur nell’ambito di una certa fedeltà di impostazione, in maniera personale. Se nel romanzo Moravia dava corpo alla rappresentazione della dissoluzione di una famiglia borghese in cui debolezze intrinseche e scelte sbagliate segnavano i destini dei protagonisti, il regista le sovraccarica di valenze semantiche ulteriori.

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Quante volte ognuno di noi si è sentito rivolgere la domanda “In che epoca ti sarebbe piaciuto vivere?”. 

Proprio il  film di Nicolas Bedos, è  strettamente connesso a questa domanda. il suo protagonista, infatti, Victor (Daniel Auteuil), ha la possibilità di scegliere un’epoca da vivere, o rivivere, ed è proprio grazie a lui che ci ritroviamo immersi nel fumo e nei colori degli anni ’70.

Victor è un fumettista che si trova nel bel mezzo di una crisi lavorativa e personale, sentendo di detestare un presente in cui non riesce a riconoscersi e in cui non fa altro che litigare con sua moglie, Marianne (Fanny Ardant). Grazie all'incontro con l'imprenditore Antoine (Guillaume Canet), tuttavia, a Victor viene offerto un rimedio adatto alla sua nostalgia: tramite una ricostruzione storica così accurata da sembrare vera, potrà rivivere artificialmente la propria belle époque personale, ovvero il 16 maggio del 1974, il giorno in cui, in un cafè di Lione, incontrò Marianne per la prima volta.

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Rabbia e resilienza: sono due tra i sostantivi maggiormente adoperati sul web. Il primo termine é universalmente chiaro (e, si aggiunge, condiviso a causa della pandemia), in riferimento al secondo vocabolo é bene precisare che non é corretta la semplice trasposizione del concetto fisico a quello psicologico.

In linguaggio scientifico la resilienza indica sostanzialmente il ritorno alla situazione antecedente di un corpo rispetto ad una sollecitazione, urto. Si tratta quindi di un rientro allo stato iniziale di tipo meccanico. Questo “automatismo” stride in ambito psicologico  per due ragioni. La prima é riferibile  alla nostra struttura mentale nel senso che la voce resilienza indica, in parole povere, un atteggiamento proattivo, (cioè un cambiamento propositivo ed attivo davanti ad uno stress) e non é sinonimo di resistenza  (ovvero capacità di non mutare, ad esempio, per un regime totalitario).