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Tutti gli appassionati di musica, avranno già notato la capacità ispiratrice dei nomi femminili, che intitolano molte delle canzoni più famose di sempre.

Molto spesso dietro a un nome, che da il titolo ad un brano, ci sono storie che nemmeno immaginiamo, volti che scopriamo, atteggiamenti e pensieri di persone, prima sconosciute, che sentiamo nostri. Dietro ogni canzone si nasconde una piccola storia. Le parole di questi testi, che diventano una parte della nostra intimità, ci raccontano di situazioni che abbiamo già vissuto, di amori che vorremo vivere, di speranze o di relazioni complicate, che qualcuno è riuscito a mettere nero su bianco prima di noi.

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Probabilmente molti di voi, in queste ultime settimane, hanno ricevuto su whatsapp note vocali contenenti dei brani musicali in 8D, o forse ne avranno letto a riguardo su gli altri social network. Ma cos’è veramente questa musica in 8D? E perché sono tutti così esaltati quando ne parlano?

Anche se questa è una scoperta che l’opinione pubblica ha fatto solo negli ultimi mesi, dobbiamo specificare che la musica in 8D è qualcosa che esiste già da molto tempo,  soprattutto nella scena musicale rap.

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In occasione della 158esima puntata della trasmissione “TONI & Motivi”, condotta da Antonio Bartalotta e Daniela Piron, in onda lunedì 13 aprile 2020 sull’emittente radiofonica pratese WHITE RADIO, è stato intervistato Gianluca Monaco, psicologo e psicoterapeuta di giorno, cantautore di notte.

D. Il giorno 11 aprile 2020 è uscito il tuo ultimo singolo dal titolo “Monotonia”. Qualcuno può associarlo alla monotonia di questi giorni, vissuti in quarantena conseguente alla pandemia. Invece no, è nato prima che entrassimo in questa situazione, precisamente agli inizi dell’anno in corso. Come è nata questa tua nuova canzone?

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La mia malinconia è tutta colpa tua, dicono i Thegiornalisti in Fine dell’estate, uno dei brani più noti e riusciti, per poi aggiungere è solo tua la colpa, è tutta tua e di qualche film anni Ottanta. Non si esce vivi dagli anni Ottanta cantavano gli Afterhours, una frase che, oltre ad essere uno spot illuminato, funziona ancora.

Questo decennio continua tuttora a risplendere mediante la musica e ad ispirare frotte di musicisti, anche nel nostra paese.  Ci sono mode ed epoche che, nonostante il passare del tempo, restano impresse nella mente e nel cuore di chi le ha vissute, ma anche di chi le ha conosciute indirettamente.

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Quando si parla di indie italiano, è quasi impossibile non parlare della cosiddetta scena romana, nata in piccoli spazi underground ma cresciuta nei palazzetti della città e in  locali come Ex Dogana e Monk.

 Proprio negli ultimi anni, Roma è diventata capitale anche dell’indie, il nuovo credo laico che ormai non riguarda più solo la musica, ma anche i vestiti che ti metti, i locali e i quartieri che frequenti, o il cocktail che bevi. La scena romana è in continuo fermento e vede la rapida nascita di artisti che si fanno esponenti del linguaggio, delle abitudini e della quotidianità dei nuovi ventenni, una realtà  che sempre più difficilmente la musica tradizionale riesce a raccontare.

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Avete presente quando non ne potete più di vedere sempre le stesse facce tutti i giorni? Ecco, come tutti gli esseri umani, anche le nostre rockstar preferite a volte hanno bisogno di staccare da i loro abituali compagni di lavoro, per questo spesso iniziano a parlare di side projects: Il termine  fa parte della musica e del percorso creativo di numerose band da tempo immemore.

Ma cosa intendiamo quando diciamo side projects?  Si tratta di un progetto parallelo al quale aderiscono, in maniera più o meno stabile, artisti già noti e spesso famosi.

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Probabilmente molti di quelli che stanno leggendo quest’articolo ricollegano gli anni ’90 alla propria infanzia o alla propria adolescenza, al walkman o ai  floppy disk. Erano gli anni del bungee jumping e dei ciucci colorati, degli zaini Invicta e delle situation comedy generazionali, degli autoscontri e del Tamagotchi, delle rotelle allineate sui pattini e  arrovellate nei pacchetti di liquirizie; si calzavano con fierezza le Dr. Martens, i parka, le scarpe con le luci e le collane girocollo di velluto; si ballava la dance, mentre si ascoltavano Oasis e Take That, Spice Girls e Backstreet Boys;  si guardavano Friends, le videocassette della Disney, e si giocava col Crystal Ball e le carte Uno.  Questa decade ci ha lasciato davvero un'eredità musicale preziosa. E' in questo periodo che esplodono le icone pop, il grunge, il metal, il britpop, l'elettronica, la tecno e la dance.

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I Clash cantavano London Calling, e Londra chiama soprattutto attraverso la musica. Senza canzoni, vinili, e mercatini vintage sicuramente Londra non sarebbe Londra. La città da sempre è il cuore pulsante del Rock, del Britpop così come del Punk.

La capitale inglese, per chi ama la musica, è praticamente la Mecca, o un’isola felice; quindi per ricordarvi che Londra non è solamente fatta di nuvole, pioggia, cartoline con la faccia della regina, thè alle 17 e muffin, qui di seguito abbiamo elencato 10 luoghi, che raccontano la vita,  la storia,  e le note,  delle canzoni nate  e vissute  in questa città.