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Lo scorso 18 gennaio ha finalmente visto la luce “I Hate My Village”, disco d’esordio (per La Tempesta International) del gruppo omonimo.

I membri del (super)gruppo sono tutte facce familiari agli ascoltatori più attenti: alla batteria Fabio Rondanini, già nei Calibro 35 e Afterhours (reduce dall’esibizione di Sanremo con Daniele Silvestri e Rancore); alla chitarra Adriano Viterbini, ovvero il 50% dei Bud Spencer Blues Explosion; in cabina di regia Marco Fasolo, dei Jennifer Gentle (al basso nei live) e Alberto Ferrari alla voce, anima dei Verdena.

La voglia di fare, sperimentare e soprattutto divertirsi (e divertire) è il filo conduttore che lega i 9 brani dell’album, anticipato dai singoli “Tony Hawk of Ghana” e “Aquaragia”.

Il disco scivola via senza neanche accorgersene, grazie a circa 25 minuti di ritmiche cinetiche e tribali, (omaggio alla musica africana), melodie graffianti e timbriche occidentali. Effetti e distorsioni non mancano, ma senza mai intaccare “l’eleganza” dell’esecuzione: la straordinaria capacità e personalità degli interpreti fa sì che tutti questi ingredienti vengano combinati in una soluzione assolutamente omogenea, in cui diventa difficile riuscire ad individuare le varie componenti e contaminazioni che la producono.

Dal palco del Locomotiv il concerto (Sold Out) viene introdotto da Stefano Pilia, ed inizia con rigorosa puntualità.
L’esibizione viene caricata di grinta e vitalità, muovendo lo spettatore tra stati di romantica ipnosi (più volte, al termine di una canzone, si ha infatti la sensazione che questa potrebbe continuare ancora a lungo senza alcuna fatica da parte dell’ascoltatore) ed energico entusiasmo (solo di rado collo e piedi si concedono delle pause). Emblematica la scelta dell’unica cover, ovvero “Don’t Stop Till You Get Enough” di Michael Jackson, che sorprende ed incanta il pubblico in uno dei momenti sicuramente più concitati del concerto.
Il concerto, così come il disco, scorre via senza alcuna difficoltà ed anzi, appena terminato, si ha voglia di ascoltare, afferrare, condividere di nuovo quelle sensazioni e quei disegni che nell’aria vibravano fino a poco prima.

Nonostante le componenti in gioco siano tante e variopinte; nonostante le contaminazioni (ritmiche ma soprattutto etniche) siano il vero protagonista del progetto, il risultato viene presentato in una formidabile composizione, in cui emerge chiaramente l’indiscussa capacità di “incastrare” soavemente ogni richiamo e sfumatura, derivanti dall’afrobeat in particolar modo, di cui il gruppo si arricchisce.

Un disco d’esordio coraggioso e convincente, capace di rendere musicalmente le atmosfere figlie di un mondo lontano, incontaminato ed assolutamente invitante. In due parole: un miraggio, dal quale ci lasciamo volentieri ingannare, nella speranza che questo gruppo neonato continui a regalarcene di nuovi.