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Cosa si intende quando si parla di altrove poetici? Il miglior modo per spiegare questa espressione è parlando di letteratura migrante.

Quella che prenderemo qui in esame è la scrittura plurilingue, conseguenza della dislocazione necessitata di scrittori che per ragioni storico – biografiche sono costretti a migrare, a porsi in transito con le proprie possibilità – impossibilità di comunicazione. Un translinguismo causa ed effetto insieme del concetto di identità multipla. gli scrittori transnazionali sono individualità ben distinte, espressione ognuna di una composizione alchemica unica  e irripetibile, risultato di una personale e composita  avventura biologica  e culturale, che nella differenza accomuna storie e destini.

Nel tentare di definire il rapporto tra cultura e letteratura che si instaura per questi scrittori in transito, potremmo parlare di una cultura leofilizzata, quella  d’origine, che si sviluppa al reagente  della nuova lingua – letteratura con imprevedibili e inaspettate fioriture.  Un caso molto interessante, è proprio quello di Barbara Serdakowsky, scrittrice estremamente plurilingue. Il suo percorso biografico è certamente la miglior chiave attraverso cui analizzare l’uso delle lingue all’interno della sua poetica.

La scrittrice polacca, durante la sua adolescenza, a causa del lavoro del padre, vive per un periodo in Marocco e successivamente completa i suoi studi in Canada, a Montreal. Nel frattempo  compie frequenti viaggi ad Haiti, nuova destinazione dei genitori, e in Venezuela, paese di provenienza  del marito pittore di origini italiane. Nel 1996, con il marito e i tre figli, si stabilisce definitivamente in Italia, a Firenze, dove dal 1999 ha inizio la sua scrittura letteraria in italiano. Le lingue succedutesi negli anni sono state dunque all’inizio il polacco della primissima infanzia, che si continuava a parlare in casa, e il francese della scuola in Marocco, intervallati dall’italiano e dallo spagnolo dei frequenti viaggi dal Maghreb alle vicine coste mediterranee;  poi ancora il francese dell’istruzione nel Quebec, in alternanza con l’inglese che comunque era utilizzato nella quotidianità  del Canada bilingue.

Tutte queste lingue sono estremamente presenti nella sua poesia, costituiscono un coro di voci, di cui l’italiano si rivela essere il maestro d’orchestra, il punto attorno a cui orbitano. Ogni lingua utilizzata, va a rappresentare un particolare momento biografico, sentimento, paura o trauma proveniente dall’intimità  più profonda della scrittrice. Ogni voce straniera corrisponde ad una sfumatura della sua personalità e del suo sentire. Il tema a cui ci riconduce l’uso di questa molteplicità di lingue, è proprio quello della disappartenza, probabilmente ad un’unica patria o ad unico luogo.

È impossibile non notare nelle sue poesie l’uso frequente del verbo appartenere, sempre privo di un dativo d’agente, che conferma la mancanza di un luogo  a cui appartenere realmente.