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Come scriveva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé: “una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé, una stanza propria”.

Per molto tempo alle donne è stato impedito di coltivare qualsiasi talento o strumento per esprimere la propria interiorità, per motivi legati ad una società troppo maschilista e patriarcale o per pregiudizi di altro genere.

Il fatto che  la letteratura femminile fosse inesistente e che le donne non potessero nemmeno pubblicare dei libri, non fa altro che dimostrare quanto anche l’ambiente letterario non le abbia salvate da discriminazioni: vittime, carnefici, provocanti, ma quasi mai protagoniste in primo piano. Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, ha provato a spiegare tutto questo: oltre a sottolineare i difetti di un’epoca che ha precluso alle donne di mostrare ogni possibile lato artistico, l’autrice inglese ha insistito su un aspetto importante che fino ad allora, in quel sistema chiuso e di genere, era sfuggito a tutti: il punto di vista femminile, la lente attraverso cui le donne guardavano ad una società che le opprimeva.

La Woolf ha cercato di rivendicare lo spazio “rosa” della cultura, un posto per una mente inespressa, attenta, osservatrice e potenzialmente in continuo movimento, ma anche una voce che potesse alzarsi dopo secoli di silenzio e sudditanza. Le scrittrici di cui parleremo hanno incontrato  tutte le difficoltà comportate dal vivere della propria penna, hanno subito il giudizio della propria società, ma soprattutto  sono riuscite a fare degli pseudonimi maschili un punto di forza. Louisa May Alcott, la scrittrice di Piccole donne, esordisce nel mondo della scrittura con lo pseudonimo maschile di A. M. Barnard, con il quale scrisse storie appassionanti ed amorose, che però non mancavano di avere dei colpi di scena: Un lungo e fatale inseguimento d’amore, Passione e Tormento, Modern Mephistopheles. Questa “tradizione” della falsa identità, coinvolge direttamente anche tutte e tre le sorelle Bronte.

Per timore che le loro opere fallissero, a causa dei pregiudizi che allora esistevano nei confronti delle donne, le tre sorelle si firmarono con uno pseudonimo maschile, Emily scelse Ellis Bell, mentre  Charlotte ed Anne diventarono Currer Bell ed Acton Bell. Le sorelle scrittrici si trasformarono così in tre fratelli scrittori. Il capolavoro letterario Cime tempestose, venne scritto da Emily, quindi, sotto lo pseudonimo di Ellis Bell, già nel 1847.  Solo dopo la sua morte, Charlotte decise di pubblicare il romanzo con il vero nome della sorella (Emily Bronte).  Non dimentichiamo poi, Mary Shelley o anche Mary Wollstonecraft Godwin, autrice che ha lasciato il segno, soprattutto con il suo Frankenstein, un romanzo gotico, innovativo e sconvolgente che l’Ottocento faticò a concepire come scritto da una donna. Per tutti questi pregiudizi, la Shelley fu costretta a pubblicare le sue opere in forma anonima o attraverso il nome del marito (Percey Shelley).