Credits: Claudio Bianchi - Il poeta innamorato

Forse riuscire a comprendere quali meccanismi abbiano interrotto un amore o quali lo abbiano impedito, ci aiuterebbe ad affrontare il senso di vuoto del dopo.

Quando quel miscuglio di contenimento emotivo esplode tutto insieme.

Quando l’amore ci fa sentire morti, anche da vivi.

 

Succede che una forma pensiero prenda il posto della realtà, sostituendosi completamente al vero o che lasciamo coscientemente che qualcosa vada bene comunque, incasellandola a forza.

E così, nella finzione, i numerosi ologrammi hanno già riempito la pancia ad ogni aspettativa. Ad ogni bisogno.

Sopra il sentimento. Anzi, sotto.

Un bisogno di ricevere ma anche di dare, in quella minuscola definizione di condizione affettiva su cui si infilano un enorme serie di sinonimi e sfumature per definirla con una sola parola: dipendenza. In quel battito che si accende con un atto di subordinazione. Che lega senza connessione. Che pensi ti protegga, ma è già un pericolo.

È che lo capisci solo quando è troppo tardi o quando il dolore supera il bisogno. E non è rimasto proprio niente...

 

Allora come ci siamo finti a questo?

Da una parte, penso che la colpa sia dell’eccesso in cui viviamo. Che ci dà l’immagine positiva del possesso, teletrasportandoci in un universo di libertà assoluta, senza che nessuno chieda nemmeno più il permesso all’altro. Un universo di omnia: dove puoi avere qualsiasi cosa. Perfino l’anima delle persone.

Dall’altra, esiste una colpa innocente ma più dannosa per te. Il peccato di una sensibilità che non è solo sentimentale. È il riuscire a sentire senza toccare. È l’insinuarsi con generosità, credendo di poter intervenire positivamente sugli altri, nella convinzione che il tuo buono sia sempre anche reciproco. Così ti metti a cercare la tua stessa empatia nei tuoi simili o in quelli che hai presunto siano tali.

È tutto un grande castello di sabbia. Una nebbia di ombre. Un nero che evoca il lutto. Che non è più l’oscurità di un mistero ma solo l’assenza di luce.

E non c’entra niente quante esperienze tu possa aver fatto. Quanto dolore hai immagazzinato. Perché la rete in cui cadi è sempre la stessa.

Così hai perso tutto.

Non hai più voglia di niente. Perché anche se sai che è l’epilogo di qualcosa che ti ha fatto male la vivi come una perdita. È il tempo che hai investito. È tutte le volte che ti sei dimenticata, in secondo piano. Sono tutte le rivoluzioni che ti hanno trasformata. È la speranza che hai dissipato.

E poi hai pianto. Hai pianto fortissimo. E forse piangi ancora.

Così hai perso tutto.

Adesso hai solo voglia di tornare a casa…

“…Ti amo sempre. Ma sta arrivando l'inverno. Ci meritiamo una vita con i vetri alle finestre…” (cit. da Due spicci - ZeroCalcare)

 

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