Da molti anni stiamo assistendo a trasformazioni nelle modalità di lavoro che spingono verso la progettualità ed un flusso di lavoro integrato. Questo processo verso nuovi sistemi di organizzazione delle attività professionali è valido anche nel settore della sanità?

In fondo, non sono anche un processo le differenti fasi della presa in carico di un paziente? Egli è preso nella sua totalità o per un particolare problema di salute? I clinici ospedalieri agiscono sostanzialmente in un modello medico-centrico oppure possono anche seguirne uno paziente-centrico?

Le risposte a queste domande non sono sempre semplici, anzi sovente sono molto articolate. In generale, è possibile affermare che i sanitari sono sempre più specializzati nell’affrontare determinati aspetti di una patologia ma, a volte, tale specificità rende complicate azioni mediche complesse che richiedono una metodologia integrata. Si tratta, in parole povere, di un concetto racchiudibile nella formula del “curare e prendersi cura” ed in quella che “l’insieme è maggiore delle singole parti”.

In altre parole, in un sistema sempre più specializzato, come quello medico, la cooperazione e la condivisione risultano spesso necessarie, anche se complesse da armonizzare, per evitare ad esempio complicazioni cliniche. In base ad autorevoli ricerche scientifiche, infatti, risulta che è possibile ottenere risultati maggiormente efficienti con un approccio olistico rispetto all’attività clinica e terapeutica di un singolo medico specialista.

Il lungo percorso d’innovazione intrapreso nell’ambito delle organizzazioni sanitarie si pone come obiettivo quello di rispondere alle nuove necessità di salute. Questo cammino, tuttavia, non dovrebbe limitarsi ad una differente struttura assistenziale che cerca di superare la specificità della medicina e, in qualche modo, la “solitudine” dei professionisti sanitari. Quello a cui ci si riferisce é una strategia cruciale per costruire un sistema sanitario in cui il coinvolgimento in team degli specialisti rappresenta la chiave di volta per realizzare i progetti valorizzando la motivazione, lo sviluppo delle competenze, la cura e l’attenzione in toto nei confronti dei pazienti, in quanto sono questi i fattori strategici per eccellere.

Le patologie oncologiche femminili rappresentano oggi una delle principali sfide per la medicina contemporanea, non solo per la loro incidenza, ma per la complessità dei bisogni clinici, psicologici e sociali che esse comportano.

Affrontare la malattia oncologica significa entrare in una trama complessa, in cui si intrecciano dimensioni biologiche, emotive e relazionali. Il corpo cambia, le prospettive si ridefiniscono, e con esse il modo di abitare la propria identità e il proprio futuro.

In questo contesto, la cura non può essere ridotta al solo trattamento della patologia, ma deve configurarsi come un intreccio di competenze, attenzioni e percorsi, capace di accompagnare la donna nella sua interezza.

Per tale motivo la Sezione FIDAPA “Roma Ara Pacis” di Roma ha organizzato un convegno nella Capitale intitolato “La trama della cura. Patologie oncologiche femminili: aspetti multidisciplinari” con gli autorevoli patrocini dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Tor Vergata di Roma, l’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Roma, l’Associazione ALTO “Lotta al tumore ovarico”.

Responsabile scientifico e moderatrice del convegno è stata la Dott.ssa Carmela Oriolo, Dirigente Farmacista specialista in Patologia Clinica presso il Policlinico Tor Vergata di Roma.

Il convegno si é proposto di offrire una visione multidisciplinare aggiornata, mettendo in dialogo saperi diversi — oncologici, ginecologici, nutrizionali, psicologici e riabilitativi — per costruire una rete di significati e interventi che restituisca centralità alla persona, tenendo conto del genere.

Dalla prevenzione e classificazione dei tumori femminili, alla preservazione della fertilità e della funzione ovarica, dall’importanza dell’esercizio fisico come strumento terapeutico e riabilitativo, al ruolo dell’alimentazione, fino agli aspetti psicologici che accompagnano i cambiamenti del corpo e dell’identità: ogni contributo rappresenta un filo essenziale nella trama della cura.

Particolare rilievo  assume la voce delle pazienti, che con le loro esperienze restituiscono profondità e autenticità al percorso di cura, trasformando il vissuto individuale in patrimonio condiviso.

Il convegno si è aperto con il messaggio di auguri per il successo dell’iniziativa inviato dal Prof. Ferdinando Romano, Direttore Generale della AOU Policlinico Tor Vergata; successivamente è intervenuto il Dott. Giuseppe Guaglione, Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Roma il quale ha sottolineato il ruolo cruciale dei farmacisti, sia ospedalieri che di comunità, nel garantire l’appropriatezza delle cure oncologiche; successivamente, sono intervenute per i saluti istituzionali la Dott.ssa Monica Ferrarini, Presidente FIDAPA della Sezione “Roma Ara Pacis” e  la Dott.ssa Simona D’Aguanno, referente distrettuale FIDAPA per il tema nazionale “Medicina di genere, benessere e salute”.

Di seguito vi sono stati gli approfondimenti tematici con un focus sulla medicina di genere, che hanno messo in evidenza come, recentemente, lo sviluppo nella cura dei tumori femminili sia attribuibile ai progressi nella ricerca medica, farmacologica ed all’innovazione tecnologica. Oltre a ciò, il percorso clinico-assistenziale viene sempre più spesso svolto attraverso i cosiddetti “tumor board”  ed i “multidisciplinary team”. In sostanza, il lavoro in “rete” in riferimento alla patologia tumorale, ed in particolare quella senologica, è consolidato.

La Dott.ssa Ilaria Portarena, Dirigente medico oncologo presso il Policlinico Tor Vergata, ha esaminato, tra gli altri elementi, la prevenzione e lo screening dei tumori femminili, ponendo l’accento sull’importanza di corretti stili di vita, delle vaccinazioni (ad esempio contro il Papilloma virus). Altri elementi evidenziati sono stati gli screening per la diagnosi precoce del tumore al seno, il seguire le raccomandazioni nazionali, accanto ai fattori di rischio da tener presenti: quelli genetici, ormonali, ambientali e comportamentali (fumo di sigaretta, alimentazione sbagliata, ecc.)

La Dott.ssa Mariavita Ciccarone, Dirigente medico specialista in Ginecologia Ospedale San Carlo di Nancy di Roma, ha approfondito il tema in oggetto nella sua veste di Presidente dell’Associazione Gemme Dormienti ETS. Essa è la prima Associazione specializzata nella tutela della fertilità delle pazienti oncologiche. In breve, la sua attività si esplica in tre possibili percorsi: il primo è l’utilizzo dell’analogo del GNRH, che è un farmaco utilizzato nel corso delle cure chemioterapiche che genera uno stato di riposo ovarico che rende le ghiandole meno attaccabili dai farmaci oncologici. Il secondo percorso consiste nella raccolta degli ovociti, prima dell’inizio della chemioterapia, e successivo loro congelamento, in modo da poterli utilizzare nel caso in cui la paziente, guarita, abbia difficoltà nel concepimento. Il terzo percorso è la crioconservazione del tessuto ovarico, ovvero l’asportazione chirurgica di frammenti di tessuto ovarico prima della chemioterapia, che potrà essere di nuovo impiantato sulla paziente, alla sua guarigione.

La Prof.ssa Cristina Cox, Dirigente medico specialista in Ematologia al Policlinico Tor Vergata ha dimostrato, attraverso l’illustrazione dei risultati di autorevoli studi internazionali, come il cancro si possa combattere anche con lo sport. Quest’ultimo svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione primaria dei tumori, cioè uno stile di vita sano e attivo può ridurre la loro insorgenza, mentre essere sedentari ne aumenta il rischio. Un punto nevralgico, che viene sovente sottovalutato, è il rinforzo muscolare. Se è più facilmente comprensibile l’importanza dell’attività fisica non lo è altrettanto, soprattutto nell’immaginario femminile, quello del potenziamento della forza, associato in qualche modo al culturismo. In realtà, nei due sessi, è diversa la componente ormonale, per cui il rinforzo muscolare serve a contrastare la maggiore tendenza della donna a perdere massa muscolare (sarcopenia) e densità ossea (osteoporosi). Queste considerazioni sono tanto più rilevanti quanto più si consideri che, nella cura con la chemioterapia, una possibile complicanza è la perdita di massa magra che, a sua volta, rende difficile l’applicazione di un adeguato percorso terapeutico.

La Dott.ssa Maria Perrone, Referente psico-oncologa della Breast e Melanoma Unit dell’Istituto Nazionale Tumori “Regina Elena” di Roma ha esposto gli aspetti psicologici nei tumori femminili. Questi ultimi costituiscono un evento traumatico che coinvolge l’identità personale della donna e produce conseguenze fisiche e psicologiche. Il paziente oncologico è un esempio emblematico di come malattia e fattori psichici possano essere strettamente collegati tra di loro. Pertanto diventa importante il contributo di uno psicologo clinico nel team medico per aiutare il paziente a prendere coscienza dei suoi bisogni e sostenerlo nel corso del percorso diagnostico e terapeutico. In altri termini, lo psico-oncologo nella gestione dei tumori femminili è importante per sostenere una patologia che richiede, tra gli altri elementi, di affrontare un percorso di vita che coinvolge la sfera emotiva, sessuale e relazionale.

Il Dott. Alessio De Rose, Medico specializzando in Scienza dell’Alimentazione presso il Policlinico Tor Vergata, ha vagliato il rapporto tumori-dieta che, per alcuni aspetti, rappresenta una continuazione di quanto affermato in precedenza. Il riferimento è alla perdita di peso dovuta ad una nutrizione minore o insufficiente come effetto dell’astenia (una condizione di generale mancanza di forze e debolezza n.d.r) dovuta alla patologia ed alle terapie a cui si è sottoposti. Di fatto, si può diventare “malnutriti”, una condizione che andrebbe assolutamente evitata per continuare ad avere quanto più possibile autonomia funzionale e qualità della vita. In ogni caso è da evitare assolutamente il ricorso al “dottor Internet”, ma è fondamentale una valutazione specialistica del proprio stato nutrizionale che, accanto alle indicazioni dell’oncologo, fornirà il percorso terapeutico personalizzato adeguato. Il Dr De Rose ha inoltre illustrato il risultato di uno studio condotto presso il Policlinico Tor Vergata che dimostra come l’alimentazione mediterranea sia quella più corretta e meno correlata a tumori.

La Dott.ssa Annalaura Carducci, Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni ha affrontato la parte degli aspetti legali e dei diritti dei malati oncologici. Questa rappresenta, forse, il fattore più spinoso e complicato soprattutto perché si è costretti a confrontarsi con la tanto temuta burocrazia. La Dottoressa, tra le altre cose, ha chiarito la differenza tra assistenza e previdenza. (Una mia opinione, condivisa da molte persone che conosco, é che, in molti casi, la gestione degli aspetti legali e dei diritti diventa un vero e proprio “lavoro gratuito” per il paziente o il “cargiver”, termine che indica, di fatto, le donne che si dedicano alla cura e all’assistenza dei propri familiari anziani e disabili). Una sintesi dell’oggetto in esame è scaricabile gratuitamente sul sito dell’Associazione italiana malati di cancro, parenti e amici https://www.aimac.it/libretti-tumore/diritti-malato-cancro.

Infine, è intervenuta la Signora Anna Frittolini, paziente e socia dell’Associazione ALTO – Lotta al Tumore ovarico. La sua testimonianza è stata importante in quanto la storia che ogni paziente ha vissuto/vive rappresenta un segno della nostra umanità, fragilità. Narrare la propria esperienza significa condividere una delle parti più preziose che si possiedono e, soprattutto, è un messaggio fortissimo del fatto che, forse, l’aspetto peggiore di una malattia è viverla in solitudine. Si può uscire da questa gabbia mentale e, ognuno a proprio modo, scoprire che la malattia può anche intaccare il corpo ma, condividendo i pesi, è possibile continuare a sentirsi “vive con e attraverso” quello che ci fa maggiormente paura e star male per intraprendere un percorso di rinascita.

In questo intreccio di saperi e vissuti, il convegno ha inteso promuovere una cultura della salute che riconosca nella multidisciplinarietà non solo un approccio metodologico, ma un valore fondante: quello di una medicina capace di coniugare rigore scientifico e attenzione alla persona, competenza e ascolto, cura e relazione. Perché è proprio nella trama della cura ‘al femminile’ che si ricompone il senso del percorso di malattia e si apre lo spazio per nuove possibilità di vita.

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