Credits: Fiorella Ialongo

Un tuffo al cuore, una valanga di ricordi, di piacevoli emozioni sopite, forse da troppo tempo. Sono queste le sensazioni che ho immediatamente provato quando ho visto quattro braccia che tenevano delicatamente in mano due libri come due reliquie e gli occhi degli autori, complici fra di loro, timorosi ed orgogliosi nello stesso tempo…

Questa struggente nostalgia è stata suscitata da due opere che sono state una delle punte di diamante dell’ “HOTtobre Piccante”, VIII edizione – Peperoncino Festival di Roma, uno degli appuntamenti divenuti imperdibili nel panorama delle manifestazioni della Capitale. Il riferimento è ai libri “La Storia della Disco Music” e “Donna Summer, la voce arcobaleno” di Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano. Il primo è un funzionario Rai che lavora nel campo della radio, giornalista con collaborazioni con importanti giornali musicali; il secondo è psicoterapeuta, docente, studioso di musica.

Apparentemente, i due testi potrebbero rientrare tra le tante monografie dedicate ad un genere musicale che ha avuto la sua auge soprattutto negli anni ’70 e che, per questo, un DJ della discoteca Valle dei Corsari incitava a ballare i suoi fans con il grido di guerra: “Settantoniiii!”. In realtà, sia le opere in oggetto, sia il presente articolo, sono ben lontani dal voler fare una qualche sorta di “viaggio nella memoria”. E’ piuttosto un percorso alla ricerca delle emozioni, del perché la disco music ed i suoi protagonisti ci hanno incollato alla radio ed appassionato alla discoteca nel fine settimana. Senza dimenticare quanto, del genere “dance” sia continuato nel presente panorama musicale a cui può offrire anche spunti di riflessione per i nativi digitali. Un consiglio per i lettori è quello di leggere una parte di un libro di Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, poi di ascoltare i brani citati ad ogni chiusi e con le cuffie. Si tratta di una strategia che può aiutare a capire una delle cose che la mia maestra delle elementari mi ha insegnato: i tre livelli della lettura. Il primo è la lettura, il secondo è la rilettura, il terzo è la lettura tra le righe, per scoprire ad ogni livello successivo la magia e l’atmosfera di un immaginario non solo emotivo ma, per molti “settantoni”, totale.

Un punto di partenza per cercare di comprendere i motivi per cui era “vitale” ascoltare la radio e passare le notti ballando tra mirror ball (palla a specchi al centro della discoteca n.d.r.) e musica, è generalmente ritenuta una delle canzoni simbolo di un film cult con il mitico assolo di ballo di Tony Manero: “You should be dancing”. Tuttavia, personalmente, preferisco l’estratto dall’album omonimo intitolato “Give me the night” di George Benson, scritto da Rod Temperton, lo stesso autore di “Thriller” e prodotto dal “mostro sacro” Quincy Jones. Alcune frasi sono esplicative anche senza traduzione: “There’s music in the air and lots of loving everywhere…Don’t you know we can fly?... Ho un ricordo nitidissimo della prima volta in cui sono entrata in una discoteca, una versione italica di quella immortalata in “Saturday Night Fever”. Essa era in una location stupenda, in riva al mare, in una caletta mozzafiato tra il Monumento Naturale Punta Cetarola e Torre Capovento, con intorno i ciottoli e poi la spiaggia, dove si poteva ascoltare anche lo sciabordio del mare. Entrare in discoteca è stato come mettere piede nel paese delle meraviglie, mi sono sentita più stupita di Baby quando lei é entrata nella pista dei “balli proibiti” nella pellicola “Dirty dancing”. Ero “Tre metri sopra il cielo” quando ho iniziato ad inventare i passi di danza insieme alle mie amiche ascoltando la canzone di Michael Jackson “Don’t stop ‘til you get enough” (non fermarti fino a quando non ne hai abbastanza, in senso lato un invito a lasciarsi andare per essere vivi, liberi n.d.r.). Ballare, quindi, non era un superficiale divertimento, un’occasione per lo sballo, bensì un momento di condivisione del piacere di stare insieme e, se possibile, un’opportunità per flirtare aiutati dai lenti, sullo stile di Sophie Marceau nel film il “Tempo delle mele”, tanto per intenderci. A tal proposito, la voce calda e suadente di Fred Bongusto in un celebre brano romanticamente suggeriva: “ Balliamo! E’ da tanto tempo che non lo facciamo… Andiamo, questa sera sono in vena di follie, noi due stretti stretti come tanto tempo fa..”. Inoltre per me, analogamente a Baby, il ballo ha fatto parte del mio percorso di crescita personale e di indipendenza.

Un secondo punto che vorrei evidenziare è il confronto, nell’approccio al rispetto del partner, tra due canzoni ai vertici della classifica. La prima è quella di un capolavoro senza tempo di Barry White intitolata emblematicamente: “You are my First, my Last, My Everything”, icona della musica soul-disco degli anni ‘70. La seconda canzone è quella di Achille Lauro intitolata “Amore disperato” in cui c’è la frase: “…E se passiamo un’altra notte / tra far l’amore e fare a botte/ che differenza c’é/ se siamo io e te?”… Lo ammetto, è un accostamento molto azzardato, ma dato che sono tempi duri per la violenza sulle donne, preferisco la musica che veicola messaggi come il primo caso, con la bellezza e l’armonia di un’orchestra con archi e fiati, al secondo tormento con relativo dubbio amletico. Senza dimenticare che in precedenza non vi era, come per alcuni cantautori odierni, il “copia e incolla” del ritornello che rende sicuramente perfetto il brano, ma fa perdere quelle impercettibili differenze fatte senza, che rendono una canzone meno perfetta, ma unica ed irripetibile.

Inoltre, proseguendo la scia del precedente capoverso, quante interpreti femminili odierne saprebbero essere protagoniste anche attraverso una sensuale interpretazione musicale come Donna Summer?

Lasciando da parte i motivi personali, quelli di un legame con un genere musicale che ha accompagnato molti di noi per un arco della nostra vita, e non solo il sabato sera sono, come già accennato, sono sapientemente descritti nei libri “La Storia della Disco Music” e “Donna Summer, la voce arcobaleno” di Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano. Essi sono una sorta di opera omnia attraverso cui è possibile comprendere i ritmi e le melodie di artisti che non si sono limitati a scalare le classifiche di vendita e tenuto compagnia alla radio, ma hanno caratterizzato un’epoca, sono le basi di playlist successive, anche di quelle suggerite dagli algoritmi. Esempi si ritrovano in alcuni brani di Dua Lipa, Bruno Mars, The Weeknd. Gli autori citati fanno comprendere il filo che unisce le atmosfere delle colonne sonore del passato con le loro reinterpretazioni contemporanee in un percorso di piacevole riscoperta e condivisione. Certo, come cantava Pino Daniele in “Putesse essere allero”: "'O viento è già passato nun pozzo cchiù sentì. E m'ha lassato 'ncuollo l'addore d' 'o magnà e un poco 'e mare” (il vento è già passato e non posso più sentirlo. E mi ha lasciato addosso l’odore del mangiare ed un po’ del mare). Fuor di metafora, la musica revival che si ascolta attraverso i media contemporanei andrebbe vista come come una sorta di genere vintage, una continuità reinventata, piuttosto che il ricordo di un passato che non può più tornare, la nostalgia per qualcosa da poter copiare oppure ormai demodé. In altri termini, tuffarsi nell’universo in oggetto, può consentire di esplorare frammenti di un racconto in cui l’originale entra nelle raccomandazioni algoritmiche delle piattaforme musicali come parte di una storia emotiva, di elementi di un suono contemporaneo ibrido.

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