Certe finzioni ti abbracciano il collo come fossero fraterne. E invece hanno già disossato la tua pelle per mutare in estraneità. Così, anche se quell’addizione sembra già parte di te, inevitabilmente, rimane sempre fuori.
Ti metti nei panni dello specchio che riflette le molteplici facce che stai indossando per mostrarti alla vita. Qualche volta ti convinci pure che sia reale. Che quell’aspetto, tutto sommato, potrebbe appartenerti sul serio.
Il più delle volte, però, rimaniamo un’appendice al nostro io. Ci nascondiamo per la paura di non essere accettati. Per conformarci a chissà che cosa. Abbiamo l’urgenza di definirci per forza. Lasciando che un titolo o un appellativo disegnino il nostro profilo di persone. Ma poi finiamo per non vivere la nostra esistenza, soffocando l’individualità a beneficio di una pluralità che non riesce mai a diventare un insieme finito.
Mi fa ancora sorridere quando mi presento al mondo per quello che sono. Penso che gli altri non siano pronti all’autenticità. Ecco perché percepisco che il sospetto su quello che potrei essere o non essere finisce per generare confusione. L’intrigo prende il sopravvento. La verità non è più importante. La verità non è compresa.
Allora l’esteriore vale più di quello che sei. Che hai dentro. E la superficialità di certi giudizi vince a mani basse.
Come siamo finiti a questo punto?
Forse non siamo più abituati a vederci veramente. Ad interrogarci su chi siamo. A fare pace con la nostra auto- coscienza.
A volte mi soffermo sulle frasi di un libro, sui testi di alcune canzoni o parti di un film che mi toccano da dentro, nell’anima. Capisco che alcune dinamiche si ripetono sempre e che quello che pensi sia solo uno slogan, quando lo hai letto, percepito o ascoltato, ti ruba l’emozione. Si svuota in un denominatore comune.
Mentre il mondo gira in fretta, io sono sempre alla ricerca della verità. Cerco di trovare nell’altro una risposta a quello che mi manca. Prendo la vita come un esperimento per migliorarmi. Per riuscire ad andare oltre le relazioni astratte. Così mi fido senza pensare alle conseguenze. Cerco l’insieme finito…
Non è facile ma ne vale la pena. Vale la pena provare a capirsi, a togliere gli orpelli, a sentirsi meno distanti.
Ecco che De Gregori lo aveva già capito. Quando parlava di Alice e dei gatti che intanto morivano nel sole, ci stava raccontando di una distanza emotiva. Aveva compreso il vero senso della vita… Riuscire ad avvicinarci.
Riuscire a non perdere il morso della visione, anche se “…la luce dei lampioni si confonde con la strada lucida…”
Per affamare l’indifferenza e non restare meccanici più delle macchine.
Quando anche il tram di mezzanotte se va,
Ma tutto questo Alice non lo sa…










