“La vera differenza non é tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa” (Norberto Bobbio).

Il motto di questo anno giubilare é “Pellegrini di speranza”. Ma...ha un valore il secondo termine oppure é qualcosa di effimero? Facendo una galoppata nel tempo troviamo che Aristotele definì la speranza «un sogno fatto da svegli», Diogene di Sinope scrisse che «le speranze sono i sonniferi dei nostri dolori». Cicerone con “dum anima est, spes est” anticipò il “finché c’é respiro, c’é speranza. Coraggio!” di D’Annunzio. Mentre Leopardi compose «O speranze ameni inganni…», Leonardo Sciascia scrisse che «ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza».

Detto diversamente, seguendo sostanzialmente la tradizione greco-latina che si ispira al mito del vaso di Pandora, la speranza é l’ultimo dei mali che può trasformarsi in un bene poiché ha una funzione consolatoria per coloro che aspettano qualcosa di meglio in futuro. Questo significa che, nel corso del tempo, la speranza é stata posta, sostanzialmente, in secondo piano oppure non tenuta in considerazione.  In effetti,  é a partire dal secolo scorso che é diventata oggetto di studi soprattutto nel suo legame con l’esperienza quotidiana di vita e le relative inquietudini, incertezze, che ci rendono timorosi e fragili nei confronti di un futuro che non conosciamo e spesso ci fa paura.

Sono state elaborate, di conseguenza, una serie di teorie. Esse hanno superato la concezione che la speranza sia una sorta di generico auspicio che le cose vadano per il verso giusto, in virtù di una qualche forma di buona sorte, per affermare un elemento essenziale: “Homo viator, spe erectus”, cioè é la speranza a consentire di stare dritti nel cammino della vita. Si tratta quindi di un’esperienza umana, di un movimento antropologico fondamentale, che permette di superare periodi bui anche nel caso in cui non vi siano certezze immediate.

Inoltre, la speranza é l’apertura verso l’ignoto, soprattutto quando la realtà é deludente, beffarda. In queste ipotesi essa rende  in grado di vedere quanto può esservi oltre gli ostacoli.

Quanto detto é ravvisabile nella radice sanscrita della parola speranza: spa, che significa tendere verso una meta, proiettarsi al di là della situazione, con le sue difficoltà ed immediatezze. Si potrebbe affermare che é un processo analogo al movimento del bambino che impara a camminare: alzarsi in piedi e muovere un passo, a prescindere dallo stato delle cose e dalla mancanza di sicurezza.

A tal proposito é significativo un brano del drammaturgo e poeta ceco Václav Havel:

 «La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno. O abbiamo la speranza in noi, o non l’abbiamo, è una dimensione dell’anima, e non dipende da una particolare osservazione del mondo o da una stima della situazione. La speranza non è una predizione, ma un orientamento dello spirito e del cuore; trascende il mondo che viene immediatamente sperimentato, ed è ancorata da qualche parte al di là dei suoi orizzonti. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire».

Per il cristiano la speranza non é un insieme di buoni sentimenti, neppure una prerogativa delle “anime buone”, non prospetta cose e realtà altre e nuove, ma sostanzia di un senso nuovo e altro le cose e le realtà. Di diverso rispetto alla speranza dell’ateo o dell’agnostico, c’é che si fonda sulla fede nella resurrezione di Cristo, la cui vittoria sulla morte ci assicura che il male e la morte, in tutte le forme in cui si possono presentare all’uomo, non hanno l’ultima parola. Solo da questo, non dalla propria buona volontà e neanche da un imperativo morale, il credente può poi trarre la forza.

E’ la ricerca di un significato profondo dell’essere al mondo in una situazione esistenziale di fragilità guardando a qualcosa che va oltre noi stessi ed i nostri limiti. La vita non può essere spiegata esclusivamente attraverso ciò che é finito (in filosofia é sostanzialmente ciò che ha un inizio ed una fine n.d.r) e limitato, e solo se ci apriamo a  qualcosa di più grande troviamo le ragioni per sperare. Questa trascendenza é un mistero che và oltre la nostra comprensione, ma che ci attrae e che genera e, al contempo, é generato dalla speranza, anche quando, razionalmente, ci sembra che non ci sia alcun motivo di confidare in un futuro migliore. La bellezza, in tutte le sue forme ed in particolare in quelle dell’arte, può essere interpretata come una manifestazione del trascendente, un riflesso di quell’infinito che l’uomo cerca nella speranza: é lo sguardo su qualcosa di più ampio e profondo, un assaggio di quell’Assoluto a cui aneliamo.

Le precedenti riflessioni sono una sintesi della mia introduzione alla presentazione, presso Borgo Pio Art Gallery a Roma, del volume di arte contemporanea “Giubileo di speranza: l’arte come via di rinascita” a cura di Monica Ferrarini. Ella ha ideato e realizzato un contest di successo con la presentazione del libro e la performance musicale del soprano Ilde Consales. Al termine della presentazione la curatrice Monica Ferrarini ci ha rilasciato la seguente dichiarazione:

 “In un tempo attraversato da crisi globali e profonde trasformazioni sociali, l’arte emerge come una delle poche esperienze capaci di restituire senso, presenza e ascolto. Attraverso linguaggi differenti gli artisti di questo catalogo esplorano una spiritualità senza religione, una sacralità che nasce dal quotidiano, dalla fragilità, dalla contemplazione, dall’ascolto.  Nell’assenza di certezze l’arte diventa, quindi, un mezzo capace di unire l’individuo al collettivo, il visibile all’invisibile.

Questo volume presenta la ricerca espressiva di artisti provenienti da culture e Paesi differenti, accomunati dal desiderio di indagare il potere dell’arte e la sua capacità di celebrare una spiritualità laica che cerca armonia senza dogma e rinascita attraverso la bellezza. Ogni opera rivela la concezione della soggettività propria dell’artista e diventa sinonimo di un piccolo microcosmo che rappresenta il macrocosmo. Ecco quindi che ogni espressione creativa si mostra nel suo aspetto di rivelazione sensibile e soggettiva dell’Assoluto: espressione dell’infinito attraverso forme finite, una strada di apertura sul cosmo inteso come comunione tra spirito e materia.

La grandezza degli artisti qui selezionati risiede nella loro capacità di esprimere un’estetica che si manifesta attraverso l’armonia intesa non soltanto come rigore, ordine, proporzione, ma soprattutto come armonia dello spirito. Essi riescono a rendere evidente, attraverso il linguaggio internazionale visivo, la pura essenza delle cose e il significato intimo della natura.”

Il volume è edito in due lingue (italiano e inglese), le traduzioni sono a cura di Alice Di Piero.

P.S Mistero, tratto da mystérion é da intendersi come qualcosa di cui solo una parte ci é stata rivelata da Cristo, mentre un’altra rimane in ombra. Come insegna la parabola dell’angelo e del mare di S. Agostino, (per definizione n.d.r.) l’Infinito non può entrare nel finito.

 

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