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Dopo Call me by your name, Guadagnino torna con una serie tv, l’innovativa We are who we are.  

Ancora una volta il regista si immerge nel mondo degli adolescenti, analizzandone turbamenti e pulsioni nascoste. Più nello specifico  ciò che Guadagnino vuole portare su lo schermo dei nostri soggiorni, è il punto di vista dei diversi, di quelli che nella realtà di un gruppo vengono definiti outsider, che osservano da fuori, semplicemente perché si prendono la libertà di affermare se stessi. Da subito il personaggio più dissonante, rispetto a tutto ciò che lo circonda, è Frazer (Jack Dylan Grazer).

Con i suoi capelli tinti di giallo paglierino e i suoi vestiti inusuali, il ragazzo, libero, anticonformista e appassionato di poesie, si trova a vivere in uno degli ambienti più conformisti possibili: il contesto militare tutto regole e imposizioni, nello specifico una base dell’esercito americano a Chioggia, nel 2016, quando Trump diventa presidente e gli Stati Uniti si preparano al peggior mandato della loro storia. Ma per Fraser, aspirante stilista newyorkese appena arrivato al campo con le sue due mamme – Sarah (Chloë Sevigny), nuovo comandante in capo, e la moglie Maggie (Alice Braga) – gli ordini non hanno mai funzionato.

Frazer, da subito, appare agli altri adolescenti del campo come un elemento estraneo, del tutto di un altro pianeta, caratteristiche che porteranno il personaggio a mantenere sempre una sorta di distanza  dai suoi compagni e l’ambiente  che lo circonda. È proprio questa sua posizione da osservatore esterno che gli permette di non conformare la propria  identità alle circostanze, ma soprattutto di esercitare la propria libertà. L’unica eccezione per il ragazzo è la popolare Caitlin (Jordan Kristine Seamón), aliena almeno quanto lui, figlia di un ufficiale afroamericano (Kid Cudi) sostenitore di Trump. I due da subito si osservano, si riconoscono e iniziano a parlare una lingua tutta loro. È proprio  la loro complicità che li porta a trovare l’uno nell’altra il coraggio di affrontare un viaggio adolescenziale alla ricerca di se stessi, all’insegna della fluidità di genere, dell’accettazione, ma soprattutto privo di pregiudizi e rigide categorizzazioni. I due sperimentano e cercano di trovarsi disperatamente anche attraverso il sesso. Lui pensa di essere gay ma non ne è certo, lei quando può si veste da maschio e si fa chiamare Harper. Il tutto all’interno di un contesto che non accetta e che guarda con sospetto  chi assume un atteggiamento diverso da quello previsto. La ribellione dei due adolescenti si scontra completamente con i fili spinati e i plotoni schierati che si trovano oltre le porte delle loro camere.

Ancora una volta Guadagnino conferma la sua sensibilità e delicatezza nel trattare temi complessi  e mai come oggi così attuali. We Are Who We Are non diventa mai un’ode forzata al gender fluid, ma semplicemente la ricerca di una maggiore consapevolezza e forse la rinuncia a un’identità univoca, la celebrazione di ognuno per quello che è, qui e ora, e per quello che vuole essere. Siamo chi siamo qui ed ora, e nulla vale di più.