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Dopo appena un mese e mezzo dal 3 novembre, Willie Peyote torna a calcare il palco del Locomotiv Club, e ritrova l’ormai consolidato rapporto con la città di Bologna, ribadito in quest’occasione con ben due serate in attesa del nuovo anno.

Lo avevamo incontrato la scorsa estate al Covo Club (qui il link dell’articolo: L'irriverenza di Willie Peyote approda a Bologna), e lo ritroviamo ora con sulle spalle un nuovo disco: Sindrome di Tôret (di nuovo, dopo Educazione Sabauda, ritroviamo un gioco di parole che lega il titolo del disco alla Torino che al buon Willie ha dato finora 32 natali: i tôret sono le fontanelle con rubinetto a forma di toro, che adornano la città).

Dallo scorso 6 ottobre, il disco propone una più che mai attuale riflessione su libertà d’espressione, intesa più come uno sfogo, che non come una consapevole ricerca comunicativa. Qualcosa che va detto, non solo per chi ascolta ma anche e soprattutto forse per chi parla, e poco importa se non rientra nelle soglie del politically correct con cui chi fa il musicista (ma anche il politico, il comico…) si scontra costantemente. 


In questo senso sono da interpretare le citazioni proposte dal disco: non solo il celebre sketch “Of course. But maybe…” di Luis C.K., ma anche monologhi tratti dal nuovo “Elogio di un Perdente” di Giorgio Montanini che spesso ritroviamo a legare un brano al successivo. In entrambi casi comunque si tratta di esempi di stand up comedy, e in particolare di esponenti che con il rapper condividono una fortissima componente d’irriverenza e di sofisticato umorismo, emanati talvolta tramite discorsi e teorie non universalmente condivisibili, ma profondamente analizzate. Oltre a loro presenti nel disco Jolly Mare, Dutch Nazari (ormai assiduo collaboratore di Willie) e la tromba di Roy Paci.

Oltre alle citazioni esplicite, Peyote inserisce come suo solito una quantità industriale di dediche e riferimenti più o meno velati che vanno in direzioni molteplici: il tema della religione, l’industria musicale, il “me contro tutti”, il mondo del Rap e molto altro ancora.

Il live non è più una sorpresa ormai: fa ballare, fa cantare, fa ridere e fa pensare. Oltre al nostro Willie e al solito Frank Sativa sul palco troviamo l’intera Sabauda Orchestra Precaria, capace di aggiungere ritmo e calore in tutte le date del tour “Ostensione della Sindrome”.
Il pubblico accompagna per quasi tutta la durata del concerto, che verte principalmente sull’ultimo album, ma senza far mancare brani tratti da Educazione Sabauda e dai precedenti Manuale del Giovane Nichilista; Non è il mio Genere il Genere Umano. Molte le dediche: “Adesso voglio fare incazzare una persona importante. Dio.” E seguono le prime note de I Cani; poi le immancabili canzoni d’amore sacro e profano, un pensiero a “mio fratello Dutch Nazari” prima d’iniziare C’hai ragione Tu, nella quale collaborano; così come anche a Roy Paci prima di Vendesi; una dedica alle vittime degli abusi in divisa, tema che Willie durante i suoi concerti non manca di affrontare; ed infine si rivolge al Movimento 5 Stelle (in particolare agli esponenti della sua città) quando sta per cantare Porta Palazzo.

Un’ora e mezza circa di live bastano dunque per convincere il pubblico, (con componenti molto variegati al suo interno), che con ancora in testa le ultime rime torna soddisfatto verso casa.