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Claudio Sestieri (70 anni-nella foto), si forma come regista di programmi televisivi e radiofonici, e realizza poi anche alcuni documentari. Esordisce sul grande schermo nel 1986 con “Dolce assenza”, presentato in concorso al Festival di Locarno.

Interpretato da Jo Champa e Sergio Castellitto. Cinque anni dopo è alla regia della sua opera seconda, “Barocco”, scritto in collaborazione con Antonella Barone, presentato alla mostra d’ Arte cinematografica di Venezia. Nel 2005 firma la regia e la sceneggiatura del suo terzo film, “Chiamami Salomè”, versione attualizzata e moderna del celebre dramma di Oscar Wilde, interpretato da Ernesto Mahieux, Carolina Filline ed Elio Germano.

Abbiamo incontrato Sestieri il 30 novembre 2018 nel Cinema San Marco di Benevento, al termine della proiezione del suo film “Seguimi” (2017), ultimo incontro per la prima edizione di “C’era una volta l’ARCIFILM”. Ecco l’ intervista che ci ha rilasciato.

Come nasce in lei l’ idea di un film?

Di un film in generale, da quando ero ragazzino. Ho girato il mio primo film con un compagno di liceo a sedici anni. Quindi è stato un input. Forse quando giocavo con i soldatini già facevo film. Era dentro di me. Come quello che vuol fare l’ astronauta o il medico. Sono quasi vocazioni, anche incoscienti, perché non è una cosa facile poi nella vita.

Qual è il segreto per girare un buon film?

Questo non lo sa nessuno. Fare un buon film è veramente difficile. Noi vediamo sempre quelli che chiamiamo giornalieri, quello che si è girato durante la giornata, la sera. E tutti i giornalieri dei film sono meravigliosi. Poi messo tutto insieme non sempre funziona. Il segreto credo sia essere onesti, molto tenaci, con la capa tosta, e affrontare tutte le difficoltà che ci sono, sempre con coraggio e tenacia.

Un buon film deve trasmettere sempre emozioni?

Le emozioni sono molto importanti nel cinema, però anche una fettina di cervello non ci sta male. Forse c’ è stato un periodo in cui si lasciava tutto alle emozioni, invece è anche giusto forse oggi rivalutare un minimo anche il ruolo del regista intellettuale.

La cosa più facile e difficile durante le riprese…

Durante le riprese succedono molti inconvenienti, ed anche se un film è preparato bene, il cinema è il regno delle variabili. Basta che un attore non sta bene, basta che è prevista la pioggia e invece c’ è il sole, o è previsto il sole e c’ è la pioggia. Ne possono succedere veramente tante. E io ho imparando una cosa lavorando, che il rimedio che si deve trovare, messo al volo per risolvere un problema, non deve essere un rimedio, ma deve essere qualcosa migliore di quello che avevi previsto. E questo credo sia la regola per fare del buon cinema.

Qual è la situazione attuale del cinema italiano?

Il cinema italiano è perennemente in crisi, ed è perennemente ad un nuovo rinascimento. Siamo un po’ emotivi noi. Se non ci prendono dei film a Cannes il cinema italiano è morto, se ne vanno tre siamo al rinascimento, appunto, del cinema italiano. E’ un cinema che, comunque, è sempre stato uno dei più importanti del mondo. Ha attraversato delle crisi vere, non solo quelle emotive. Però io credo che oggi ci siano molti talenti soprattutto tra i giovani, tra i registi, ci sono anche nuovi bravi produttori e nuovi bravi attori. Certamente la cultura va sostenuta, e c’ è stato un periodo in cui si diceva “con la cultura non si mangia”. Certo se si ragiona così anche il cinema avrà dei problemi.

Come capisce che un attore ha le caratteristiche giuste per emergere?

Istinto, direi. Istinto di chi fa questo mestiere. Quando si scrive una storia si ha in testa un viso, un corpo, un fantasma, un’ immagine che si cerca. Poi quando si fanno i casting spesso si va alla ricerca di quell’immagine creata scrivendo. E poi bisogna intuire se, una volta trovata quell’immagine non più ideale, ma concreta, capire se poi è un attore forte o no. E a volte ci si prende, e a volte meno.

Che cosa direbbe ai giovani che vogliono entrare nel cinema?

Che è un mestiere difficile. Non si facciano illusioni che il cinema significhi andare alle feste, frequentare le attrici. No, il cinema è un mestiere tosto. Pensate che negli Stati Uniti qualche hanno fa hanno fatto una ricerca statistica da cui risultava che al primo posto, mettendo insieme stress e fatica fisica, c’erano luminatore e regista appaiati insieme. E’ un mestiere tosto, difficile, in cui si incontrano tanti problemi, in cui si deve combattere prima di fare il film, durante il film e dopo il film. Quindi lo consiglio alle persone che vogliono veramente fare il cinema e non pensare a divertirsi.

Qual è stata la più grande soddisfazione dalla sua carriera?

I grandi festival. E’ bello vedere i propri film. Con il mio primo film sono stato in concorso a Locarno. Con il secondo, non in concorso, ma nella selezione ufficiale di Venezia, e poi in tanti altri festival. Portare i propri film all’ estero, e vederli con un pubblico di 1.000-1.500 persone… Si dice che con la globalizzazione è tutto uguale. Non è vero, perché se si fa vedere un film al Cairo ridono per cose di cui a Londra non ridono per niente, e viceversa. Portare i film ai festival veri (ce ne sono tanti che non vale la pena) è una grande soddisfazione e dà un senso a questo lavoro.

Programmi per il futuro…

Un nuovo film che sviluppa un po’ la tematica di questo. Cioè con questo film ho cercato di mischiare un po’ i canoni del cinema d’ autore con quelli del cinema di genere, di ibridare un po’ il cinema d’ autore e il cinema di genere. Vorrei fare un passo avanti in questa direzione con una storia che sto scrivendo. Chissà quando lo faremo.