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Ormai tutti sapranno, appassionati e non, che a fine novembre è uscito Bohemian Rhapsody,  il film di  Bryan Singer che  si propone di raccontare i primi quindici anni dei Queen, dalla nascita della band nel 1970 fino al concerto Live Aid del 1985.

La prima parola che viene in mente per descrivere il film non può essere che: maestoso! I numeri da capogiro che accompagnano la pellicola rendono bene l’idea di quanto Freddie Mercury e i Queen siano ancora oggi molto amati, e perciò di quanto fosse rischioso portare sul grande schermo la loro storia.

Ma grazie alla recitazione di Rami Malek, interprete intenso e dai lineamenti particolari, il rischio corso è stato trasformato in qualcosa di molto prezioso e unico, tanto che bastano poche scene a farci accettare e affezionare al suo Freddie Mercury; un’icona che oltre ad essere rappresentata in tutta la sua genialità, viene descritta nella sua fragilità e nelle  sue insicurezze più profonde, e proprio grazie ad esse  riesce a creare un solido legame empatico con gli spettatori.

Lo stesso Malek, ha raccontato: “Innanzitutto tutti quanti conoscono l'aspetto macho, audace, impertinente di Freddie Mercury. Ma non credo che molti conoscessero la parte più intima e personale. Per esempio non sapevo della sua storia con Mary o che fossero stati fidanzati. Nel fare il film ho scoperto tantissime cose, come il fatto che si chiamasse Farouk Bulsara, e penso che molte di queste cose saranno una sorpresa per molti spettatori. Quando ho accettato di mettermi nei suoi panni, ho accettato di affrontare tante difficoltà, ma poi ho pensato a questo ragazzo nato a Zanzibar, che aveva frequentato le scuole in India per poi tornare a Zanzibar e trovare una rivoluzione che l'ha costretto ad andare a Londra. Ho messo da parte la rockstar per concentrarmi sull'essere umano alla ricerca dell'identità, in cui mi sono potuto identificare da straniero negli Stati Uniti. Mi sono concentrato su quegli elementi che avevamo in comune.”

Dal punto di vista meramente estetico e iconografico il risultato è davvero straordinario. Ci sono momenti in cui sembra davvero che quelli sullo schermo siano i Queen di quarant’anni fa; non solo Rami Malek incarna un ottimo Freddie Mercury, eccessivo, magnetico e carismatico, ma anche Ben Hardy, Joseph Mazzello Gwilym Lee, che intepretano gli altri membri del gruppo (rispettivamente Roger Tayor, John Deacon e Brian May), riescono a raggiungere una somiglianza fisica e gestuale davvero impressionante. È stato insinuato che la costruzione della trama abbia delle imprecisioni rispetto alla storia della band, quindi, in realtà, è anche giusto chiedersi quanto il successo ottenuto sia semplicemente  merito dei Queen e della loro musica  e quanto della pellicola. Ma la verità è che ci piace avere un approccio molto più romantico, perciò al diavolo i difetti di questo film.

Il tutto trova il suo perfetto lieto fine nei 20 minuti conclusivi del film, in cui viene riportata in scena, in modo estremamente fedele, l’esibizione dei Queen al Live Aid del 1985 con  Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Ay-Oh, Hammer To Fall We Are The Champions. Scena che ti fa quasi credere che effettivamente sia un’invenzione cinematografica, non può essere davvero accaduta una cosa così immensa, e invece si, e proprio in quel momento ti rendi conto che avresti voluto esserci anche tu. Solo la prima frase di Bohemian Rhapsody può riuscire a descrivere tutto il carico di sensazioni che nascono da quelle immagini proiettate sullo schermo: Is this the real life? Is this just fantasy? La scelta di concludere il film con il Live Aid, e non con la morte di Freddie Mercury, è particolarmente giusta, non solo perché conferisce al personaggio una sorta di eternità, ma anche perché conserva quella privacy che il diretto interessato ha sempre cercato di avere rispetto alla sua malattia. Lo stesso tema dell’AIDS viene affrontato con particolare delicatezza, senza sfociare in inutili patetismi. Quello che Bohemian Rhapsody  mette in scena è l’immagine di un’artista ribelle, ma allo stesso tempo fragile, che lotta per preservare ogni aspetto della sua identità e del suo orientamento sessuale, ma in primis della sua musica. Che dire, le indimenticabili canzoni e il carisma di Freddie Mercury permettono al film di chiudere il racconto in bellezza, e magari anche di far nascere un’intera nuova generazione di appassionati.